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Il rapporto con la comunicazione elettronica





Comunicazione elettronica

Servono nuovi modelli di comportamento


La comunicazione elettronica è sotto accusa: se utilizzata in modo non corretto, danneggia l’efficienza, la produttività e infine la salute. Gli esperti chiedono nuovi modelli di comportamento.


Hansjörg Honegger




Sempre connessi, per lavorare quando si vuole ovunque ci si trovi, potendo accedere a tutti i dati in qualunque parte del mondo. Tutto questo, unito a una velocità di calcolo mai vista prima, sistemi informatici interconnessi e processi altamente automatizzati, dovrebbe aumentare considerevolmente la produttività dell’economia mondiale. In teoria. In pratica, è esattamente il contrario. La produttività non è mai cresciuta così lentamente nella storia dell’economia moderna come negli ultimi cinque anni e gli esperti stanno ancora cercando di capirne i motivi. Un responsabile è stato però individuato: il nostro modo di interagire con i moderni mezzi di comunicazione.

 

Le possibilità pressoché infinite offerte dalle nuove tecnologie di comunicazione si scontrano, si presume, con i limiti biologici dell’essere umano. Non siamo multitasking, anzi siamo in grado di dare il meglio di noi stessi quando possiamo lavorare a un incarico concentrati e indisturbati per un certo periodo di tempo. In più, reagiamo istintivamente a determinati stimoli. Tutto questo fa sì che lavoriamo con minore concentrazione, efficacia e sostenibilità rispetto a 20 anni fa. Oggi, gli specialisti promuovono una nuova cultura della comunicazione sostenuta innanzitutto dai grandi gruppi.

 

Nel 2015, Alexander Markowetz dell’università Friedrich Wilhelm di Bonn ha analizzato in un ampio studio il modo in cui le persone utilizzano il proprio cellulare. Il risultato: guardiamo lo smartphone in media ogni 18 minuti, mentre i «cellulare-dipendenti» possono arrivare tranquillamente al doppio. Gli etologi cercano una spiegazione a questa frequenza elevata nella neurobiologia: un rapido sguardo allo smartphone rilascia dopamina, l’ormone della felicità; anche se poi lo sguardo si rivela infruttuoso, è sufficiente l’aspettativa di trovare un’e-mail, un SMS o una notizia interessante.

 

Concedersi queste piccole «iniezioni» di dopamina può rapidamente diventare un’abitudine, che entra però in conflitto con un’altra caratteristica biologica dell’uomo: rendiamo meglio se ci concentriamo su una cosa per almeno 15 minuti senza distrazioni. In tal caso, il cervello entra in un cosiddetto stato di flusso ed è in grado di fornire prestazioni elevatissime. Se veniamo disturbati in media ogni 18 minuti, dobbiamo ricrearlo daccapo. Non riusciamo più a rendere al massimo perché la nostra attenzione viene distolta troppo spesso.



Rendiamo meglio se ci concentriamo su una cosa per almeno 15 minuti senza distrazioni.


Le e-mail danno il loro contributo a questo sovraccarico comunicativo. Secondo uno studio statunitense, un top manager riceve ogni anno circa 30.000 e-mail che deve almeno leggere. 80 mail al giorno significa anche essere disturbati 80 volte al giorno. E tutto questo ha un costo. Gli analisti dell’azienda tecnologia Basex di New York si sono occupati per 18 mesi, nell’ambito dello studio «The Cost of Not Paying Attention», dei processi di lavoro di «lavoratori del sapere» e dirigenti in grandi imprese. Chi si guadagna da vivere prevalentemente con attività intellettuali, perde per le interruzioni il 28 percento dell’orario di lavoro quotidiano con un costo, per la sola economia statunitense, di 55 miliardi di dollari l’anno.

 

L’inondazione di mail nelle grandi aziende è da ricondursi alla «presenza digitale», ipotizza il responsabile dello studio Markowetz. I collaboratori vengono impiegati sempre più in progetti diversi in formazioni diverse e sentono la pressione di dimostrare la loro presenza e il modo più semplice per farlo è via e-mail: un gran numero di destinatari viene messo in copia o inondato di informazioni poco importanti affinché il proprio nome sia presente il più spesso possibile.

 

Sulla scia delle sue ricerche, supportate da numerosi studi in tutto il mondo, Markowetz promuove un cambio di mentalità, una nuova etichetta comunicativa. Soprattutto le grandi aziende sono invitate a farlo, perché hanno un impatto su un gran numero di persone.

 

Molte di esse sono comunque ben consapevoli del problema. In Swisscom esistono regole chiare sull’utilizzo dei mezzi di comunicazione digitali e ai collaboratori viene detto che non sono obbligati a essere raggiungibili al di fuori dell’orario di lavoro, una regola molto diffusa come dimostrato da un breve sondaggio tra grandi aziende svizzere. Limitazioni drastiche del tipo di quelle introdotte in alcuni paesi esteri, come la disattivazione del server di posta nel fine settimana o la cancellazione automatica delle mail che arrivano durante le ferie, sono situazioni sconosciute in Svizzera. Le grandi aziende svizzere puntano sulla responsabilità individuale e sul buon senso.



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«Ciò che serve sono comportamenti accettati a livello generale, con il consenso di tutti, su quando la mail e il cellulare siano mezzi di comunicazione adeguati.»


Alexander Markowetz, università Friedrich Wilhelm di Bonn


Anche Markowetz non ritiene che la soluzione del problema sia imporre divieti o restrizioni tecniche. «Proprio nelle aziende attive a livello internazionale non si può vietare ai collaboratori di controllare le mail al mattino presto o la sera tardi». Anche imporre orari di lavoro rigorosi non servirebbe poi a molto: «le persone rendono al meglio in momenti diversi della giornata». Ciò che serve sono comportamenti accettati a livello generale, con il consenso di tutti, su quando la mail e il cellulare siano mezzi di comunicazione adeguati e quando non lo siano. L’invio inopportuno di mail dovrebbe essere percepito come sconveniente e quindi messo al bando a livello sociale.

 

Markowetz rimanda al principio di Eisenhower, così chiamato in onore dell’ex presidente statunitense, come un possibile approccio: se l’oggetto è importante e urgente, prendi il telefono; Se l’oggetto è importante ma non urgente, lo si può comunicare alla persona interessata (e non a mezza azienda!) via mail. Se l’oggetto non è importante e nemmeno urgente, è sufficiente parlarne la prima volta che ci si vede per un caffè. Ci vorrà tempo per cambiare la cultura di comunicazione, sottolinea Markowetz: «anche per abituarci tutti a non fumare più in bar e ristoranti ci sono voluti anni».





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