Editoriale

Il pescatore e il mare di dati

Che cosa fa in realtà un «Data Scientist»? Dobbiamo averne paura?

Christoph Hugenschmidt

Quando ho sentito parlare per la prima volta di «Big Data», ho pensato: «Sì, sì...» e già il termine «Big Data» era sparito dalla mia mente sovraccarica di neologismi. Vi ricordate il «Web 2.0»? Oppure «Second Life»? Appunto.

 

Il fenomeno «Big Data» però esiste ancora e assume dimensioni sempre maggiori. Da semplice neologismo prodotto dai geni del marketing, il termine si è trasformato nella descrizione sintetica di un cambiamento di paradigmi. Il concetto di «Big Data» ha cambiato la nostra vita e continuerà a farlo, perché si tratta del modo in cui persone, macchine, aziende e stati scoprono cose, rispondono alle domande, constatano fatti, effettuano previsioni, elaborano le conoscenze e controllano qualcosa, come ad es. i riscaldamenti delle villette unifamiliari o le flotte di baleniere.

 

Immaginatevi di essere un fabbricante di calze. Per scoprire quali colori di calze tenere lʼanno prossimo per il mercato del Benelux, prima avreste chiesto al reparto IT di iniziare a raccogliere i dati delle vendite di calze, i colori, la stagione, e la regione. Prima di riuscire ad avere una risposta, avreste già avuto altre domande e inoltre le risposte erano comunque sbagliate, perché avevate dimenticato di spiegare agli informatici che «b. marine» e «bleu» sono la stessa cosa.

«Il concetto di Big Data diventa sempre più importante. Da semplice neologismo prodotto dai geni del marketing, il termine si è trasformato nella descrizione sintetica di un cambiamento di paradigmi.»

Domani vi rivolgerete invece a un «Data Scientist», il quale getterà la sua rete nel «mare dei dati». Lʼesperto combinerà i dati dei commercianti di calze (colore, dati delle vendite) con i dati meteorologici storici, la «Sentiment Analysis» dei portatori di calze tratta da Twitter e Facebook, lʼanalisi delle riviste di moda, il traffico e-mail degli ultimi cinque anni dei vostri venditori con i negozi olandesi di calze e unʼanalisi di tutti i selfie con calze ai piedi di giovani 15enni degli stati del Benelux presenti su Facebook.

 

Ma Big Data può fare ancora di più. Per il controllo automatico dei semafori, le macchine leggeranno le foto delle targhe di un incredibile numero di telecamere della galleria del Gubrist, le confronteranno con i calendari delle vacanze, i dati delle stazioni di servizio e i dati meteorologici, riuscendo così a usare il rosso per rallentare al momento giusto il traffico dalla Svizzera nordoccidentale, evitando code chilometriche al Gottardo.  Le polizie segrete invece pescheranno nel «Sea of Data» per scoprire chi guarda trasmissioni estere proibite da solo e chi lo fa con i vicini. Lʼinaffidabile e costoso esercito di spie dei tempi passati non sarà più necessario.

 

Il «mare dei dati» viene continuamente alimentato da nuovi afflussi: foto pubblicate sui social network, registrazioni di triliardi di sensori, e-mail, conversazioni telefoniche, dati pubblici come protocolli delle riunioni di autorità e libri fondiari, protocolli di trattamenti sanitari, dizionari. Chi sa come gettare reti in questo mare, riuscirà a trarne molto più di quanto noi, in quanto singole persone, siamo anche solo in grado di chiedere.

 

È un bene o un male? Dipende dalle intenzioni del «pescatore» e dei suoi mandanti. Chiedete al vostro «Data Scientist».

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Christoph Hugenschmidt

Giornalista ed editore, ha fondato dieci anni fa il giornale online «inside-it.ch». Ha a che fare con i computer dal 1978 e non ha ancora capito se siano un bene o un male.

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