Intervista allʼesperto

Il lavoro smart va imparato

Tutti cercano di essere furbi. Alcune aziende ci riescono meglio mentre altre non riescono far decollare la collaborazione smart. In questa videointervista Bruno Messmer spiega cosa fa la differenza.

Claudia Bardola

Campi giochi per bambini, unʼatmosfera da casa condivisa, biliardino e vitto gratis in ogni angolo lounge. I moderni ambienti dʼufficio evidenziano quanto sia urgente lʼesigenza delle aziende che i propri collaboratori collaborino in modo creativo. «Nelle aziende cʼè sempre più know-how, ma al contempo diventa sempre più difficile individuare e riunire le conoscenze ripartite tra i singoli reparti e collaboratori», così Bruno Messmer riassume il dilemma che oggi blocca molte organizzazioni. Il responsabile delle attività di Workspace & Collaboration di Swisscom si occupa da oltre 20 anni delle condizioni quadro e degli effetti delle tecnologie di informazione e collaborazione. In tale periodo sono stati fatti diversi tentativi per scardinare le strutture organizzative e di pensiero, anche perché, come si sa, dagli errori si impara.

 

Senza cultura non cʼè collaborazione

La sfida fondamentale della collaborazione: tutti gli elementi devono andare bene insieme.  «È come per lʼiPhone», spiega Messmer facendo un confronto. «Steve Jobs ha sicuramente fatto qualcosa di straordinario, ma senza le reti 3G, schermi ad alta definizione, processori a risparmio di energia e una generazione che era già legata al cellulare dagli SMS, lo smartphone di Apple sarebbe rimasto solo uno dei tanti esperimenti.» 

 

Per poter lavorare in modo smart, è necessaria unʼinfrastruttura tecnologica che funzioni in modo semplice in ogni situazione. Le strutture organizzative devono lasciare ai singoli collaboratori la libertà di decidere autonomamente dove e come desiderano affrontare al meglio un determinato compito. I team necessitano di spazi in grado di supportare la creatività e lo scambio di opinioni. «Lʼaspetto più importante però è sicuramente la cultura», sottolinea Messmer, che aggiunge: «Discussioni creative e la disponibilità a condividere le conoscenze, non nascono da soli.» Procedure e schemi mentali ormai consolidati devono essere scardinati quasi attraverso unʼazione a tenaglia dallʼalto e dal basso contemporaneamente.

 

I giovani danno lʼesempio, i manager partecipano

«Le aziende nelle quali i piani alti fanno sbrigare tutto agli assistenti hanno difficoltà doppie», afferma Messmer per esperienza. Il management non deve infatti solo predicare la collaborazione dallʼalto, ma utilizzare a propria volta le tecnologie nella comunicazione con il personale. Ancora più importante però è la base e sotto questo aspetto i giovani giocano un ruolo fondamentale. I «digital native» conoscono al meglio le moderne tecnologie già dai tempi della scuola e dalla vita privata. Per questo sono gli «evangelisti della collaborazione» più naturali in azienda.

«Le aziende nelle quali i piani alti fanno sbrigare tutto agli assistenti hanno difficoltà doppie.»

Tuttavia, affinché la rivoluzione culturale dal basso abbia successo, anche il reparto del personale deve fare la sua parte. Una componente che secondo Messmer viene spesso trascurata: «La capacità di lavorare in team e lʼapertura nei confronti delle moderne tecnologie di comunicazione devono avere un ruolo importante sia in fase di reclutamento che al momento degli spostamenti di personale.» Chi seleziona i nuovi collaboratori solo sulla base di criteri tecnico-professionali, non si deve poi meravigliare se la collaborazione non decolla.

 

Gli utenti esperti suscitano invidia e gelosia

Dal lato tecnologico, lo sviluppo è ormai molto avanzato. «Da anni le singole componenti sono perfettamente integrate e lʼutilizzo, sul modello di Dropbox e simili, è divenuto semplice e in gran parte intuitivo», spiega lʼesperto di collaborazione, secondo il quale il potenziale di apprendimento esiste invece dal lato dellʼattuazione: «Si evidenzia, ad esempio, che è meglio non partire con un piccolo gruppo di utenti esperti, altrimenti si suscitano invidie e gelosie, bloccando lʼulteriore diffusione.» Inoltre, nellʼambito di piccoli gruppi gli effetti di rete positivi non si esplicano adeguatamente.  È come su Facebook: più persone partecipano e più risulta interessante per ogni singolo utente.

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Dr. Bruno T. Messmer

Il responsabile della gamma di prodotti di Workspace & Collaboration di Swisscom si occupa fin dalla sua tesi di dottorato del settore dellʼintelligenza artificiale e dellʼinflusso della digitalizzazione sugli affari e la società.  Per rilassarsi fa immersioni in mare o si immerge in serie come House of Cards e Breaking Bad.

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