Rubrica: Michael In Albon

Videogame: gioco o dipendenza?

Michael In Albon, 16 maggio 2017

Nel 1991 ero ancora uno sbarbatello, frequentavo il collegio di Briga e nei mesi invernali lavoravo insieme a un team di redattori presso una radio pirata con un programma dal taglio giovanile. Prendevamo delle storie di attualità e ne ricavavamo sketch, mini radiodrammi o semplici siparietti comici. Uno in particolare però mi è rimasto impresso nella memoria: era l’epoca del Game Boy, la piccola e maneggevole console di casa Nintendo. Un gadget, lanciato nel 1989, che ha venduto oltre 100 milioni di esemplari. Ore e ore passate a giocarci, soprattutto a «Super Mario». Ah, quante cose ci siamo persi solo per passare al livello successivo!

Ora come allora, gli adepti del pessimismo culturale sbattono i pugni sul tavolo contro questo tipo di passatempi idiotici.

Il creatore, anche oggi, è Nintendo. Il gioco del momento «Pokémon Go». Ora come allora, gli adepti del pessimismo culturale sbattono i pugni sul tavolo contro questo tipo di passatempi idiotici. Il virus di questi giochi di tendenza si inocula rapidamente e in pochi istanti sottomette a una moda una quantità inestimabile di persone pronte a darsi battaglia per catturare mostri.

 

 

Giochi dalla grafica pixellata: erano i tempi di «Super Mario» di Nintendo.

 

 

La caratteristica dei giochi di successo è che sanno sfidare il giocatore al punto giusto. Non troppo, altrimenti ci si rassegna, né troppo poco, altrimenti ci si annoia. Il gioco deve regalare costantemente novità e nuove sfide, e deve essere ricco di varianti. I giochi di costruzione ne sono un buon esempio. Mentre le bambole, che non vanno oltre le cinque frasi, dopo pochi giorni finiscono per sempre nel dimenticatoio. È questo meccanismo che rende più accattivanti quei giochi che coinvolgono più utenti in una realtà virtuale e in cui ogni partecipante influenza il gioco dell’altro. Il giocatore si ritrova infatti così ad affrontare e a dover risolvere missioni sempre nuove. Mentre i giochi dalla struttura semplice in cui il giocatore deve raccogliere pochi oggetti per andare avanti scompaiono velocemente dagli scaffali dei negozi e dagli app store.

La realtà virtuale di questi giochi è già da tempo diventata parte del mondo reale di bambini e ragazzi.

I bambini vogliono e devono giocare. I pessimisti culturali sostengono criticamente che il gioco dovrebbe essere reale e svolgersi all’aperto in compagnia di altre persone. E hanno ragione. La realtà virtuale di questi giochi è però già da tempo diventata parte del mondo reale di bambini e ragazzi. Ciò che fanno online, lo fanno nel solo mondo che conoscono. Ed è un mondo in cui analogico e digitale si mescolano. Un dualismo, individuato recentemente anche dal nuovo incaricato federale della protezione dei dati Adrian Lobsiger, che per i nostri bambini non esiste.

 

 

Giochi per il Game Boy: da sempre l’ideale per gli amanti dei videogiochi in mobilità. 

 

 

E giocare, che sia nella realtà o in un mondo virtuale, non è problematico. Molti studi dimostrano che i giochi violenti non portano automaticamente a comportamenti violenti. Né tantomeno diventano quadrati gli occhi dei bambini che giocano per ore con i videogiochi. È importante tuttavia che ci sia un equilibrio tra le attività del tempo libero. Starsene a ciondolare tutto il giorno sul divano stimola le abilità comunicative tanto poco quanto una giornata passata a giocare davanti al computer. Il punto di equilibrio dipende dalla maturità e dalle esigenze del bambino e sicuramente anche da quanto sappiamo offrire noi genitori.

 

 

 
Nel caso in cui ogni tanto si esageri per davvero, tenete a mente questi consigli:

 


  1. 1. definite insieme a vostro figlio quali sono i momenti per giocare. E rispettateli da entrambe le parti (vedere anche il consiglio n. 5);

  2. 2. interessatevi voi stessi ai giochi. Provate a giocare anche voi per capire cos’è che li rende così accattivanti per il bambino;

  3. 3. fate sempre attenzione alla classificazione PEGI, che dà indicazioni sull’adeguatezza dei giochi in base all’età – ha un suo perché;

  4. 4. se la proporzione tra attività online e tradizionali è sbilanciata a favore delle prime, guardatevi intorno e cercate un’alternativa valida (di solito funziona se il tempo è passato con il papà e la mamma insieme);

  5. 5. «Finisco questo livello e poi basta!» Date al bambino la possibilità di terminare il quadro. Si tratta di soli 2-3 minuti che eviteranno liti e discussioni inutili.
  6.  

 

Esperti di competenza mediatica

 

Michael In Albon è responsabile di «Scuole in internet» e incaricato alla tutela dei giovani dai media presso Swisscom. È responsabile del programma di corsi sui media promosso da Swisscom ai quali ogni anno prendono parte oltre 25 000 persone. Maggiori informazioni sull’educazione all’utilizzo dei media presso Swisscom sono disponibili su Mediamitico.

 

 

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