Rubrica: Reda El Arbi

La bolla di filtraggio

Social media e internet restringono il nostro orizzonte? Assolutamente no, risponde l’autore Reda El Arbi, che invoca una maggiore assunzione di responsabilità.

Reda El Arbi, tradotto dal tedesco, 12 dicembre 2016

«Facebook ha influito sulle elezioni negli USA mostrando solo contenuti filtrati», si diceva nelle ultime settimane. Oppure: «Google mostra solo cose adatte all’utente secondo l’analisi dei dati.»

 

«Das Magazin» ha addirittura presentato il presunto inventore della «magia di big data» grazie alla quale Trump sarebbe stato eletto presidente. Citazione: «Lo psicologo Michal Kosinski ha sviluppato un metodo per analizzare con precisione le persone sulla base del loro comportamento su Facebook. E così ha contribuito alla vittoria di Donald Trump.» Nel frattempo Cambridge Analytica, l’azienda specializzata in big data che ha venduto l’algoritmo finalizzato a influenzare gli elettori, riceve ordini da tutto il mondo.

 

In breve: social media e motori di ricerca integrati in rete eserciterebbero un’influenza negativa sulla nostra percezione e saremmo tutti vittime di una grande pièce teatrale. Saremmo abbandonati alle immagini nelle quali questi giganti della rete ci terrebbero come ostaggi. Nell’aria aleggiano accuse di lavaggio del cervello e condizionamento.

Chi è influenzato riguardo alla propria visione del mondo o decisione elettorale non ha problemi con Facebook o Google, quanto con la propria competenza mediatica.

Naturalmente è una sciocchezza. Un’analisi accurata nel blog di WDR sfata tuttavia il mito dei dati come chiave per il potere. Per citare solo un esempio: «Ma se il servizio di Cambridge Analytica è davvero così eccellente come afferma l’azienda, perché il nuovo presidente non è Ted Cruz? In fin dei conti aveva potuto accedere ai risultati dell’analisi prima di Donald Trump. Forse perché Cambridge Analytica non è stata in grado di mantenere la propria promessa e per questo il team elettorale di Ted Cruz l’ha abbandonata nel bel mezzo della campagna

 

Naturalmente è vero che gli algoritmi dei motori di ricerca e dei feed di Facebook adattano i contenuti presentati al modo con cui finora abbiamo utilizzato l’offerta. Spesso Facebook ci mostra temi e contenuti sui quali abbiamo già messo il nostro «Mi piace». Google controlla ciò che ci ha interessato finora e presenta i risultati della ricerca in questa area tematica. Queste modalità sono pensate come un servizio che ci consente di selezionare tra i miliardi di contenuti ciò che più risponde alle nostre esigenze.

Perché devo assolutamente partecipare a una fiera sulle armi se sono contrario al loro possesso? Ebbene sì. Ho postato immagini di armi.
E non funziona nemmeno se diamo un’occhiata agli annunci pubblicitari mostrati sulla base di analisi simili. Oppure perché devo assolutamente partecipare a una fiera sulle armi se sono contrario al loro possesso? Ebbene sì. Ho postato immagini di armi.

 

Ma chi è influenzato riguardo alla propria visione del mondo o decisione elettorale non ha problemi con Facebook o Google, quanto con la propria competenza mediatica. Queste piattaforme non servono a mostrarci com’è fatto il mondo. Sono piattaforme di servizio, le cui offerte sono destinate a fornirci intrattenimento o semplificarci la vita. Non si tratta di piattaforme e titoli giornalistici.

Chi legge un solo formato non deve lamentarsi se sviluppa un’immagine del mondo unilaterale.

In passato gran parte delle persone era abbonata a un giornale, e magari guardava un notiziario in televisione. E a seconda del mezzo di comunicazione scelto si otteneva una determinata visione del mondo. Ciò nonostante ci si riteneva informati in modo esaustivo.

 

Oggi abbiamo accesso a tutti i media del mondo. Chi li utilizza con consapevolezza non si limita a leggere un giornale, a fidarsi di un titolo, ma si informa sulle piattaforme più disparate in merito ai vari temi. Chi legge un solo formato non deve lamentarsi se sviluppa un’immagine del mondo unilaterale.

Non appena entriamo in contatto con persone con idee politiche diverse, il nostro orizzonte si allarga.

Va molto peggio se si limita la propria visione del mondo alla propria bacheca di Facebook. In questo caso è come se ci si rinchiudesse in una bolla. Non è colpa di Facebook se ci si confronta solamente con persone che hanno la nostra stessa opinione. Non appena entriamo in contatto con persone provenienti da altri strati sociali, con idee politiche e condizioni di vita diverse, il nostro orizzonte si allarga.

 

Il fatto di affermare che la colpa di una visione del mondo unilaterale sia dei fornitori sul web, toglie potere all’utente. È sua la colpa se utilizza solo queste piattaforme per farsi un’opinione sul mondo.

 

L’informazione è un diritto che si può esercitare. È ingenuo e inadeguato aspettarsi che le aziende private veicolino un’immagine completa ed equilibrata del mondo.

 

Siamo noi stessi i responsabili del nostro modo di vederlo.

 

Trovato in rete

Nel suo «ufficio oggetti smarriti» virtuale l’autore e blogger Reda El Arbi espone tesori trovati ogni giorno sul social web.

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