Colonna: Reda El Arbi

Sfera digitale: intimi circuiti (integrati)

Reda El Arbi, 21 aprile 2017

Vi dà fastidio se la NSA legge le vostre e-mail? E se Mark Zuckerberg guarda le vostre foto più intime? E se Google sa tutte le schifezze che cercate sul web?

No. Neanche a me.

 

E se fosse il vostro datore di lavoro? I vostri amici? Il vostro partner? Vi darebbe fastidio se questa cerchia persone che hanno un rapporto più stretto con voi fosse a conoscenza di tutto quello che succede sui vostri dispositivi?

Sì. Anche a me.

 

La questione è che non tutto quello che si fa con i propri dispositivi deve per forza essere condiviso con le persone che ci stanno attorno.

Ci sono persone che lasciano usare il proprio cellulare senza problemi al partner, che hanno un PC per tutta la famiglia e che spesso possiedono anche un indirizzo e-mail «familiare» in condivisione. È una cosa insopportabile, una versione virtuale delle comuni hippie-comuniste degli anni ’60: la completa disgregazione della sfera privata.

 

 

Non si tratta di voler nascondere oscure macchinazioni o scappatelle extramatrimoniali, ma piuttosto del fatto che non tutto quello che si fa con i propri dispositivi è destinato alle persone che ci stanno attorno. Che si tratti di conversazioni in chat in cui si parla male del partner o della compagna (attenzione: psicoigiene!) di un film un po’ osé che abbiamo guardato durante un weekend in cui ci sentivamo soli: non tutto è destinato a tutti (sì, lo so, nessuno guarda i porno. Che questi generino comunque il maggiore volume di traffico web al mondo, è un rebus matematico).

 

Non voglio che i miei amici punk scoprano che di nascosto ascolto Lily Allen o che sul computer ho una copia di «C’è posta per te» con Meg Ryan.

 

Non voglio nemmeno che il mio datore di lavoro o i miei colleghi vedano le quindici idee stupide che ho avuto prima di trovare una soluzione geniale al problema del team. Il mio capo non deve leggere l’e-mail che gli ho scritto una settimana fa in preda alla frustrazione, senza però spedirla.

 

Non voglio che i miei amici politicizzati scoprano che io, che sono un ecologista convinto, a volte guardo pubblicità di veicoli off-road che sollevano fango a tutta forza e sprizzano machismo da tutti i pori. Non voglio che i miei amici punk scoprano che di nascosto ascolto Lily Allen o che sul computer ho una copia di «C’è posta per te» con Meg Ryan e una di «Notting Hill».

 

Sono uno strenuo difensore della trasparenza. Ma questi casi riguardano azioni e ambiti che hanno conseguenze sulle altre persone. Non riguardano il mio spazio personale e intimo. Circuiti integrati e spazio di memoria sono un ampliamento tecnico del cervello. In fin dei conti lo dice una vecchia canzone popolare tedesca: «I pensieri sono liberi, nessuno li può indovinare...».

 

Nessuno desidera realmente sapere cosa succede nel cervello del partner, della compagna o di un conoscente. Ed è un bene, perché questo aiuta a mantenere salde le relazioni e le amicizie. E, naturalmente, anche le relazioni di lavoro.

 

Il mio computer non lo lascio usare a nessuno. Imbratto la tastiera di pizza, caffè e cenere di sigarette, in modo che a nessuno venga l’idea di volerla usare.

 

E se qualcuno desidera telefonare con il mio cellulare, IO seleziono il numero e gli avvicino il telefono all’orecchio. Con uno sguardo di sofferenza.

 

Giù le mani dai miei circuiti integrati... e dalla mia sfera digitale!

 

Trovato in rete

Nel suo «ufficio oggetti smarriti» virtuale l’autore e blogger Reda El Arbi espone tesori trovati ogni giorno sul social web.

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